Autarchia universitaria, no grazie
L’ansia elettorale non ha risparmiato Stefania Giannini, ministro dell’Istruzione in quota Scelta civica, partito che pure si dichiara alieno dalla demagogia. Dunque ecco la Giannini annunciare via Facebook l’abolizione del test d’ingresso a Medicina e la sua sostituzione, dall’anno accademico 2015-2016, “con un sistema alla francese”, cioè con sbarramento dopo il primo anno. “Ma”, aggiunge il ministro, “potrebbe essere anche al secondo. Valuteremo entro luglio”.
11 AGO 20

L’ansia elettorale non ha risparmiato Stefania Giannini, ministro dell’Istruzione in quota Scelta civica, partito che pure si dichiara alieno dalla demagogia. Dunque ecco la Giannini annunciare via Facebook l’abolizione del test d’ingresso a Medicina e la sua sostituzione, dall’anno accademico 2015-2016, “con un sistema alla francese”, cioè con sbarramento dopo il primo anno. “Ma”, aggiunge il ministro, “potrebbe essere anche al secondo. Valuteremo entro luglio”. La Giannini spiega, sempre su Facebook, che “la selezione sarà dura, ma chi non la supera non dovrà abbandonare l’università: potrà iscriversi ad altri corsi”. I test attuali, con domande da Settimana enigmistica, sono indifendibili. Ma quale modello universitario prefigura un cambio in corsa da predisporre in due mesi? Chi lo finanzia? Con quali strutture e personale? All’ultimo test di Medicina si sono presentati in 83 mila per 19 mila posti: tra un anno entreranno tutti? Si abolirà il numero chiuso anche ad Architettura, Ingegneria, Economia, [**Video_box_2**]Giurisprudenza? Dove e con chi studierà la massa liberalizzata di matricole, visto che i nostri atenei sono afflitti da mancanza di aule e laboratori, per non parlare di alloggi e campus? Le rette, poi, sono improntate non al merito e alla corretta amministrazione ma alla demagogia: nelle università statali sono in media di 2.400 euro, ma grazie al colabrodo dell’Isee l’80 per cento delle famiglie se la cava con pochi spiccioli. Abbiamo già una sorta di università popolare da ex Urss; vogliamo trasformarla in un prolungamento della scuola dell’obbligo, con inevitabili imbarcate di docenti più o meno precari? Il fiasco doloso delle mille cattedre di prodiana memoria è troppo recente. I test vanno cambiati o aboliti, ma poi si abbia il coraggio di garantire la sostenibilità del sistema universitario, se necessario con l’aumento delle rette, e in ogni caso con un’azione seria contro l’evasione e con l’ingresso di risorse private. Il tutto bilanciato da borse di studio meritocratiche (i cui fondi sono stati invece tagliati), i mutui da ripagare con i primi anni di lavoro, la stretta su docenti assenteisti e dinastie baronali. Soprattutto legando i finanziamenti di atenei e specifici dipartimenti alla loro valutazione. Così funziona nel resto del mondo: o pensiamo ancora ad altre scorciatoie nazionalpopolari?